• Moretti Editore

Il giardino ibernato


La riserva dei semi da non dimenticare.


di Beatrice Spagoni


L’ambientalista indiana Vandana Shiva ricorda con le parole di Mohandas Karamchad Gandhi, Mahatma Gandhi “la grande anima”, che “La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone.” È lo spunto inderogabile per pensare ad un “approccio” consapevole alle risorse del nostro Pianeta. Sarebbe d’aiuto un’agricoltura possibile, come la agroecologia, che applica i principi dell’ecologia alla produzione alimentare e ad una grande quantità di altre produzioni. È “scienza e pratica” che integra principi e tecniche per aumentare la produzione di cibo e biomateriali conservando e migliorando gli ecosistemi. Ma il segreto per raggiungere il vero obiettivo del futuro per la salvezza del nostro ecosistema è partire ancora più a monte, all’origine, ovvero dai semi e dalla loro preservazione. Il possesso e la salvaguardia dei semi sta diventando, infatti, un indirizzo imprescindibile anche per la stessa economia che prospetta il seme come valore assoluto e moneta di scambio. In Europa, la preservazione della biodiversità agricola parte dal basso, con iniziative di scambio di semi diretto tra coltivatori. Ma protagonista mondiale di questa missione è lo Svalbard Global Seed Vault (Deposito globale di semi delle Svalbard), in Norvegia. È una banca di semi contro la perdita botanica accidentale del “patrimonio genetico tradizionale” delle sementi. Un bunker scavato a 130 m di profondità nel ghiaccio, dove 5000 specie diverse (provenienti da 73 banche genetiche diverse) sono conservate a -18°C. Sono “semi da più o meno tutti i Paesi del mondo”, provenienti da ogni parte della Terra. Una preziosa “arca di Noè” per la salvezza del futuro del Pianeta e della nostra alimentazione.


“Questo è un giardino dell’Eden ibernato. Un luogo dove la vita può essere mantenuta in eterno, qualsiasi cosa succeda nel mondo.” José Manuel Barroso

Semi in libertà

“Per fare un seme ci vuole un frutto”... o meglio, ci “vorrebbe” un frutto. Poi però arrivarono i brevetti, veri e propri copyright per controllare la propagazione e la commercializzazione della varietà protetta. Era il 2015. Il Consiglio d’Appello dell’Ufficio Europeo dei brevetti concesse i primi brevetti (pomodori e broccoli) ottenuti con coltivazione convenzionale. Da allora non si sono fermate le battaglie ambientaliste per la loro liberalizzazione, come quelle della fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, sostenitrice del “Manifesto sul futuro dei semi” che ha come priorità la tutela della biodiversità. Finalmente poi, nel 2019 (con retroattività solo al 2017), la Commissione dell’Ufficio Europeo dei Brevetti ha deciso che non sarà più possibile apporre brevetti su piante e animali derivati da processi biologici. Purtroppo ne resteranno in vigore 80 già riconosciuti.

Foto © Depositphotos.com

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