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Quiet Quitting



QUEL “LAVORARE MENO” CHE PREOCCUPA


di Stefania Antonetti


Ridefinire la priorità di vita e il proprio rapporto con il lavoro e creare un migliore equilibrio esistenziale. Ed è così che negli ultimi anni i lavoratori, soprattutto i giovani, sotto la spinta dello scoppio della pandemia, hanno deciso di svolgere il loro compito senza eccedere. Impegnarsi il necessario per non perdere il posto di lavoro, ma rifiutare di fare straordinari, così come aderire a progetti speciali e assumere responsabilità non strettamente legate all’inquadramento previsto dal loro contratto.



RIBALTATO IL PARADIGMA LAVORATIVO


Nasce il fenomeno del quiet quitting che, nella sua traduzione letterale, vuol dire “licenziamento silenzioso”, o meglio, “abbandono silenzioso”. Nello specifico, il lavoratore che assume tale predisposizione non eccede quasi mai i suoi orari e non va oltre le mansioni che gli sono richieste per evitare, secondo la maggior parte delle interpretazioni, il burnout, ovvero la sindrome correlata allo stress da lavoro, ritenuta una causa molto incidente sull’esaurimento delle risorse psichiche e fisiche del lavoratore, oltre a condurre a stati d’ansia, nervosismo e demoralizzazione.



QUIET QUITTING, COS’È?


Tutto nasce nell’estate del 2022, quando l’hashtag “#quietquitting” lanciato su TikTok da Zaid Khan, un ingegnere ventenne di New York, raggiunge in pochi giorni nove milioni di visualizzazioni a colpi di “like” che ne condividono le modalità di applicazione e le motivazioni. Si risveglia la coscienza dell’imparare a lasciar correre, a non sovraccaricare perché, dopo anni a dir poco faticosi, tra pandemia, guerra e crisi energetica, la cultura del lavoro e del sacrificio a tutti i costi sembra non avere più l’appeal di un tempo.



CHI COLPISCE?


I meno disposti a scendere a compromessi sul lavoro sono, in particolare, i Millennial (la generazione dei nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta o primi anni Duemila) e la generazione Z (i nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2010) costretti a confrontarsi con un mercato del lavoro con scarse prospettive di stabilità e opportunità di crescita e inclini a cercare la realizzazione personale in altri ambiti. Il superlavoro viene dunque bandito e resta l’insoddisfazione dei tanti che non sono più disposti ad accettare condizioni che penalizzano in termini di impegno e di retribuzione.



IN ITALIA E NEL MONDO


Nel nostro paese il fenomeno si è diffuso parallelamente al trend dei “grandi abbandoni”: in azienda le dimissioni sono arrivate infatti a rappresentare il 67%. Stando alla ricerca “Global Workforce of the Future” di Adecco (2022) su 34.200 intervistati nel mondo, il 61% dei dipendenti ritiene che la propria retribuzione sia troppo bassa e insufficiente. Nascono così le “dimissioni silenziose”, ossia tutti gli atteggiamenti che limitano la proattività e produttività in ufficio, a salvaguardia dell’emotività personale: il 51% è alla ricerca di un secondo lavoro, quando non è possibile una vera e propria fuga in virtù di una nuova ricollocazione che garantisca uno stipendio più alto (49%). Significativo e non ultimo è il dato che specifica che il 75% degli under 40 predilige datori di lavoro interessati al benessere dei dipendenti.

 

Photo ©Depositphotos.com

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