Quando l’abbandono diventa sindrome


Uno dei timori che spesso affligge gran parte delle persone è quello di rimanere soli, senza nessuno che possa prendersi cura dell’altro. Una paura che se non gestita può trasformarsi nella sindrome dell’abbandono provocando angoscia e stati depressivi


La predisposizione a costruire e mantenere relazioni affettive significative è contemplata nel nostro patrimonio genetico ed è presente fin dalla nascita. Ne consegue che la paura dell’abbandono è una delle ansie più frequenti che le persone possano provare. Basta pensare all’angoscia di un bambino quando la madre si allontana, o a quella di un adulto di fronte ad una perdita, o all’anziano che viene ricoverato in una struttura e deve lasciare la propria casa e le proprie sicurezze.


L’ABBANDONO IN PSICOLOGIA

Anche se non si tratta di una malattia o fobia ufficiale, la sindrome dell’abbandono, ovvero la paura di perdere una persona o di rimanere soli, è sempre più diffusa. Non è facile però riconoscere i segnali poiché l’ansia dell’abbandono va oltre la semplice paura di perdere qualcuno o di vivere una separazione. Questo disturbo si manifesta infatti attraverso una serie di atteggiamenti e pensieri, anche di tipo ossessivo, associati a tratti della personalità. Disturbi che possono avere ripercussioni sulla vita quotidiana soprattutto dal punto di vista della costruzione di rapporti sani.


I PRIMI SEGNALI

“Non sempre i sintomi sono distinguibili, tuttavia, le persone spesso mettono in atto schemi ed atteggiamenti abbastanza riconoscibili -spiegano gli psicologi-. Parliamo di ipercontrollo, il bisogno ossia, di sapere sempre cosa sta facendo o cosa prova l’altro, in modo quasi maniacale. Il ricatto emotivo, che consiste nel far sentire l’altro responsabile della propria felicità o infelicità, innescando sensi di colpa. La manipolazione. In questo caso il partner viene influenzato e portato a modificare comportamenti e pensieri. E non ultimo il vittimismo. Le persone possono sviluppare una forte “dipendenza affettiva” che ne determina anche il ruolo di “vittima”, finalizzato ad attirare l’attenzione altrui”.


ALTRI SINTOMI TIPICI

Sono inoltre riconducibili alcune caratteristiche peculiari, come la paura di prendere posizioni nette e decisioni importanti e il bisogno di chiedere in continuazione consigli. Difficoltà a lasciare il partner, anche quando la relazione diventa dannosa, ipersensibilità al giudizio degli altri, difficoltà nel fidarsi e nello stringere legami affettivi. Ma anche rabbia repressa, attacchi d’ira e paura di non essere ascoltati e compresi dall’altro.


LE RADICI SONO NELL’INFANZIA

La persona sofferente, probabilmente non si è sentita sufficientemente protetta, amata o desiderata da bambina e quindi non ha sviluppato quella che viene definita una “base sicura” (Bowlby), ovvero, un buon attaccamento alle figure di riferimento. “Parliamo di adulti insicuri, con un’identità fragile in difficoltà nelle relazioni affettive -precisano gli psicologi-. Al contrario, chi sviluppa questo attaccamento, sarà in grado di affrontare distacchi, perdite o lutti con una maggiore sicurezza, facendo ricorso alle proprie risorse personali”.


IL DOLORE E LA SOFFERENZA DEL PASSATO

Costituiscono la “fonte di nutrimento” per la sindrome abbandonica che può essere causata anche da traumi come perdite improvvise o strappi laceranti che hanno lasciato solchi profondi. Ogni distacco o separazione riporta in scena quel dolore che diventa inaffrontabile e insuperabile.


MANIFESTAZIONI FISICHE E PSICHICHE

La sindrome porta con sé una serie di manifestazioni sia fisiche che psichiche che possono sfociare in stanchezza, disturbi digestivi, del sonno e dell’alimentazione, abbassamento delle difese immunitarie e disturbi nella sfera neurovegetativa. Ma anche sensi di vuoto e angoscia, attacchi di panico, aggressività, gelosia e frequenti crisi di ansia. Non è rara l’abulia, l’incapacità ossia di portare a termine le proprie azioni e di assumere decisioni. Riconoscere e affrontare la ferita dell’abbandono significa curarla prestando particolare attenzione all’autostima.


BASTA! A DIRLO SONO LE DONNE

Se un rapporto è logoro arrivano le donne a troncare. I dati Istat evidenziano che tocca proprio alle signore aggiudicarsi il “primato” di dire basta. Lo fanno con la separazione, mentre l’uomo ricorre sempre più nell’istanza di divorzio. Rotture sempre più frequenti, almeno a guardare i numeri, che segnalano un netto aumento dei divorzi in Italia. Calano i matrimoni e aumentano i divorzi. I matrimoni hanno registrano difatti un costante calo negli ultimi dieci anni. Un calo a cui ha fatto da contraltare l’aumento delle separazioni e dei divorzi. La famiglia resiste comunque al sud mentre è a nord che il matrimonio si interrompe più facilmente. La soluzione consensuale è quella scelta più dai coniugi sia per la separazione, sia per il divorzio. Le coppie che risiedono al Sud però vi ricorrono meno spesso di quelle residenti al Nord. Dall’indagine Istat emerge inoltre che i coniugi laureati o diplomati sono più collaborativi. Nella scelta del procedimento giocano poi un ruolo importante durata e costi: la procedura della separazione consensuale o del divorzio congiunto, è più semplice, meno costosa e si conclude in 135 giorni. Se si ricorre al rito contenzioso si arriva a 1.119 giorni per la sentenza di separazione e altri 617 per quella di divorzio.

 

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