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Burnout: quando il lavoro ti consuma

Aggiornamento: set 23


Uno sguardo al fenomeno “burnout” o più semplicemente sindrome da stress cronico e persistente, associato al contesto lavorativo. Una risposta individuale ad una situazione professionale percepita come logorante dal punto di vista psicofisico, considerevolmente aumentata durante la pandemia, soprattutto tra i lavoratori in smartworking


di Claudia Amato


Il termine deriva da una parola di origine anglosassone che letteralmente significa “bruciato”, “fuso”. La sindrome del burnout è una condizione di stress lavorativo che determina un logorio psicofisico ed emotivo con concrete ripercussioni sulla realtà quotidiana (personale, sociale e lavorativa) dell’individuo. Inizialmente è stata associata a quelle professioni sanitarie e assistenziali legate alla prevenzione e alla cura della persona (le cosiddette “helping professions”), per poi allargarsi, a partire dagli anni 80’, anche ad altre categorie di lavori caratterizzati da particolari fattori stressogeni, quali posizioni di grande responsabilità, conflittualità tra colleghi per dinamiche concorrenziali e disfunzionali, picchi di attività e aspettative future poco chiare.



MA COSA SCATENA IL BURNOUT?


Le cause sono tante e possono essere individuate sia a livello personale, come ad esempio un eccessivo bisogno di affermazione lavorativa a discapito della propria vita privata, sia a livello organizzativo, come ad esempio le eccessive richieste professionali o l’esecuzione giornaliera di una mansione noiosa e scarsamente ricompensata, nonché i conflitti con i colleghi e i superiori o le continue richieste di corsi di aggiornamento derivati dall’evoluzione scientifico-tecnologica.



QUANTO E’ RICONOSCIUTA?


Pur non essendo ancora contemplata nella classificazione internazionale delle patologie mentali (DSM-IV) è ormai plausibile ritenere che questa “sindrome”, se trascurata, possa trasformarsi in una vera e propria malattia psichiatrica.



QUALI SONO I SINTOMI?


Lo stress cronico provoca infatti conseguenze importanti a livello del funzionamento globale del nostro organismo e può manifestarsi attraverso alcuni sintomi: sensazione di spossatezza e mancanza di energia, distacco mentale ed emotivo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni sociali, demotivazione e ridotta efficacia lavorativa, difficoltà di concentrazione, irritabilità, senso di colpa, tristezza, insonnia e inappetenza. Le conseguenze comportamentali sono altrettanto rilevanti e arrivano - talvolta - all’aggressività verso se stessi e verso gli altri, all’abuso di alcol o sostanze nocive e al gioco d’azzardo. Tutto ciò può provocare l’insorgenza di diversi disturbi fisici e patologie, quali ipertensione, malattie cardiache e diabete di tipo 2.



COSA FARE?


Innanzitutto valutare le proprie possibilità e/o alternative (capire se possono esserci margini di miglioramento o prospettive di cambiamento discutendone senza paura con i propri superiori), cercare supporto tra colleghi, amici e persone care e, infine, praticare esercizio fisico e dedicarsi ad attività rilassanti per distogliere la mente dai pensieri negativi.



STOP ALL’OVERTHINKING!


Quando i pensieri tornano in testa senza sosta si parla di “overthinking”, un termine che deriva dal verbo “overthink”, ovvero “pensare troppo” (rimuginare), cioè concentrarsi e analizzare ossessivamente una determinata situazione ritrovandosi nella spirale nera dei propri pensieri negativi e nella condizione di non riuscire più a giudicare con obiettività il contesto e le persone che vi sono coinvolte. Ciò comporta il rischio di diventare ansiosi, collerici e di vivere il presente con grande difficoltà e poca creatività. In tal senso possono essere d’aiuto delle tecniche di meditazione e rilassamento o delle attività all’aria aperta che stimolano la produzione di endorfine, quelle preziose sostanze naturali che ci regalano benessere psicofisico.



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