• Claudia Amato

In giro per il mondo: Marrakech, Marocco


La magia della città rossa

Punto di partenza di un lungo weekend all’insegna dei profumi e dei colori, è la famosissima piazza Jemaâ El Fna, dominata dal minareto della moschea Koutoubia, che vigila, come una sentinella, su questo luogo di incontro tra arabi, berberi, andalusi, ebrei, sahariani e africani. Una piazza irregolare e camaleontica che, dall’alba al tramonto, si anima di un vasto mercato all’aperto con bancarelle che vendono le merci più svariate - dalle stoffe ai datteri, dalle spremute d’arancia alle uova di struzzo, dai tappeti alle ceramiche - e decoratori con l’henné, chiromanti, erboristi, cavadenti, suonatori, incantatori di serpenti e ammaestratori di scimmie. Un brulichio di voci e rumori che continua fino a sera, quando le bancarelle degli ambulanti si ritirano per lasciar posto ai fumi delle griglie e delle cucine dei banchetti, circondati da maghi, musicisti e acrobati che illuminano il cielo con piccoli e ipnotici fuochi. Il lato nord confina con il Suq, un labirinto di intricate stradine dove si danno appuntamento gli artigiani, aggregati secondo la propria corporazione, e dove è possibile acquistare vestiti, oggetti d’artigianato e prodotti tipici locali. Da qui, dirigendosi verso la cinquecentesca fontana Mouassine, l’occhio è rapito dal pittoresco “quartiere” dei tintori: un susseguirsi di lane e tessuti - rossi, gialli, viola, rosa, verdi e blu - appesi ad asciugare lungo la via. Inebriati dagli aromi, ora pungenti, ora avvolgenti, delle piramidi di spezie - peperoncino, pepe, curcuma, cumino, coriandolo e così via - che punteggiano la piazza, vale la pena fermarsi in uno dei suoi affascinanti caffè con terrazze per gustare un corroborante e profumato tè alla menta, simbolo dell’ospitalità marocchina. A sud di Jemaâ El Fna si trova, invece, il Palazzo El Bahia (letteralmente “il bello” o “la bella”), costruito sotto la supervisione del sultano Abdelaziz Si Moussa e dedicato alla moglie preferita di Abu Bou Ahmed, uno schiavo di colore che alla fine del XIX secolo riuscì a ottenere il titolo di visir. Negli otto ettari d’estensione dell’edificio si dipanano 150 stanze - ormai abbandonate - che si affacciano su differenti cortili e giardini, mostrando stucchi, ceramiche, arabeschi e intarsi lignei da “Le mille e una notte”. A pochi metri dal cuore pulsante della città è possibile ammirare due dei luoghi più visitati: le Tombe Saadiane, un mausoleo con un centinaio di tombe decorate a mosaico, dove sono stati sepolti i corpi dei servitori e dei guerrieri della dinastia Saadiana, e i Giardini Majorelle, dei piccoli “eden” creati dal pittore francese Jacques Majorelle con tantissime palme, cactus, bambù, piante da giardino e piante acquatiche. Avete ancora un giorno di tempo? Approfittate allora di un tour guidato attraverso le dune e le distese di sabbia del Sahara. Se fortunati, potrete viaggiare in groppa ad un cammello e dormire nelle tende berbere ammirando con il naso all’insù lo sconfinato cielo stellato.

Madrasa di Ben Youssef - Foto © Depositphotos.com

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