• Moretti Editore

Ipocondria e Covid-19


Soffrire di ipocondria ai tempi del coronavirus non è facile. Basta poco per trasformarsi da zelante osservatore delle norme igienico-sanitarie a ipocondriaco ossessionato dal contagio


Intervista a Ombretta Pallara

• Psicologa, Psicoterapeuta Cognitivo - Comportamentale

Centro Psicologico OverMind Lizzanello, Lecce


di Stefania Antonetti


Come si è manifestata l’esperienza Covid-19 in questo arco di tempo?

L’esperienza Covid-19 può essere divisa in tre fasi principali. Nella prima, ossia a marzo, abbiamo avvertito un forte disagio collettivo, perché tutto è avvenuto troppo in fretta, senza avere il tempo di elaborare ciò che stava accadendo. In un primo momento alcuni hanno avuto quasi un riscontro positivo. Successivamente è subentrata la noia, il disagio e la paura. In questo periodo l’angoscia della pandemia (come accaduto durante le diverse guerre) ha calmato temporaneamente i momenti psicofisici della persona.


Poi è arrivata la seconda e terza fase. Cosa è successo?

Collochiamo la seconda fase a questa estate, fase caratterizzata dalla sensazione che la situazione si stesse risolvendo. Nella terza fase ci siamo fatti prendere da un’angoscia maggiore, perché abbiamo dovuto fare i conti ancora oggi con domande che non trovano risposte, ad esempio “quanto ancora durerà, quando finirà”? Questa situazione di incertezza continua ha portato in ognuno di noi una maggiore percezione del pericolo, aumentando di più l’incertezza. E secondo studi italiani e internazionali ad accusare di più gli effetti della pandemia a livello psichico sono state le donne, gli anziani e il personale sanitario. Addirittura alcuni hanno deciso di trasferirsi da grandi centri urbani a piccole realtà abitative, perché convinti che il contagio nella grande città fosse più probabile che nei piccoli centri. In verità il contagio si evita seguendo le linee guida dettate dal Ministero della Salute.


A distanza di un anno è emersa l’ipocondria?

L’uomo di per sè non è fatto per reggere situazioni di allerta per troppo tempo. Mentre in passato le situazioni venivano risolte con l’attacco o la fuga da condizioni di pericolo, nei tempi moderni, l’uomo si è abituato a stazionare in situazioni che creano stress in maniera continuata. Questa preoccupazione eccessiva può sfociare in ipocondria.


Cos’è in realtà l’ipocondria in questo periodo di emergenza coronavirus?

E’ la tendenza ed eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute. Percependo ogni sintomo come un segnale certo ed inequivocabile di infezione da Covid-19. La paura del contagio è rappresentata dall’idea di vivere costantemente nel timore. La rupofobia ad esempio è l’ansia di chi ha paura di vivere nello sporco e rappresenta una fobia ossessiva. In questo momento però è chiaro che chi ha paura di essere contagiato adotta lavaggi frequenti di mano e disinfetta tutto. La linea sottile è quando questi atteggiamenti diventano invalidanti, non permettendo alla persona di svolgere e mantenere una normale vita sociale. Tra gli effetti ci sono anche il ritiro sociale. La quarantena ha accentuato una situazione di disagio già preesistente che è poi emersa nel periodo di chiusura.


Come distinguere la persona scrupolosa dall’ipocondriaco?

L’ipocondria come detto è un disturbo dell’ansia, quindi una preoccupazione eccessiva e infondata della propria salute. Ogni sintomo, anche lieve e superficiale viene visto come una patologia grave. La persona scrupolosa è invece colei che si attiene rigorosamente al rispetto delle regole per scongiurare il contagio.


Disturbi e rimedi: cosa si può fare?

Le persone possono essere aiutate solo attraverso un trattamento psicoterapeutico preferibilmente di impostazione cognitivo-comportamentale che avrà tra i suoi obiettivi principali quello di individuare e interrompere i circoli viziosi dell’ipocondriaco e del disturbo ossessivo compulsivo. In alcuni casi al trattamento psicoterapico viene affiancato anche un trattamento farmacologico dopo un consulto psichiatrico. E’ preferibile dunque affidarsi a specialisti piuttosto che fare auto-diagnosi, perché



RUPOFOBIA

Il Coronavirus ha sicuramente accentuato la rupofobia, la fobia dello sporco. Si tratta di un disturbo ossessivo compulsivo (Doc), ossia, la paura irrazionale di entrare in contatto con superfici potenzialmente contagianti e la conseguente necessità implacabile di disinfettarsi.


COVID E LA “SINDROME DELLA CAPANNA

Lo spauracchio del Covid-19 continua a incutere timore e a non dare tregua. Se molte persone sono gradualmente tornate ad una presunta normalità, altre invece hanno sviluppato la “sindrome della capanna”. La paura di uscire e lasciare la propria casa è l’effetto collaterale più evidente di un anno di pandemia, che può manifestarsi anche tra chi non ha mai avuto disturbi psicologici. A causa di meccanismi inconsci, ansia, paura e frustrazione hanno preso il sopravvento, mostrando contestualmente anche disturbi del sonno, depressione e spiccata tendenza all’irascibilità.



Foto © Depositphotos.com

48 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti