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Covid a casa: le cure

Aggiornato il: gen 20


Le terapie e le precauzioni verso i familiari per evitare il contagio: così si affronta la malattia tra le mura domestiche


In collaborazione con Renzo Le Pera

• Vice Segretario Nazionale FIMMG - Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale

> fimmg.it


Il primo pensiero corre, ovviamente, ai familiari. La maggior parte dei positivi al Covid-19, sintomatici, è un paziente a basso rischio e riesce ad affrontare la malattia a casa. «Si calcola che su 600-900 mila contagiati, siano 35 mila i pazienti ricoverati in ospedale» spiega Renzo Le Pera, Vice Segretario Nazionale della Fimmg, la federazione dei medici di famiglia italiani.


Sono curati a casa, secondo le linee guida del Ministero della Salute, i pazienti che non hanno «fattori di rischio aumentato come patologie tumorali o immunodepressione» e che presentano una «sintomatologia simil-influenzale (ad esempio rinite, tosse senza difficoltà respiratoria, mialgie, cefalea); assenza di dispnea e tachipnea; febbre a 38° o inferiore da meno di 72 ore; sintomi gastro-enterici (in assenza di disidratazione e/o plurime scariche diarroiche); astenia, ageusia disgeusia, anosmia».


Punto di riferimento il medico di famiglia o il pediatra per i più piccoli, che verificano subito la presenza di un caregiver e lo informano su come evitare il contagio. È importante che la persona positiva abbia una stanza dedicata (possibilmente anche un bagno, che altrimenti va igienizzato dopo ogni uso), che i contatti siano limitati e protetti (mascherine, guanti, igiene delle mani, areazione degli ambienti) e gli oggetti (stoviglie, biancheria, rifiuti) gestiti a parte. Indispensabile assicurare adeguata idratazione e nutrizione e monitorare la situazione. Si controllano temperatura, pressione e soprattutto saturazione con un pulsossimetro.


I dati possono essere riferiti o comunicati tramite smartphone o app: sono diverse le forme di monitoraggio attivate da Asl e Usca. «La terapia di prima linea è sintomatica, con paracetamolo. Dopo 72 ore, se non ci sono miglioramenti, si aggiunge anche il cortisone» prosegue Le Pera. In caso di febbre o dolori articolari o muscolari, salvo controindicazioni, si possono impiegare anche i Fans. Gli antibiotici sono previsti «solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore» o in caso di sospetta o dimostrata sovrapposizione batterica. No a lopinavir/ritonavir, all’antibiotico azitromicina e all’idrossiclorochina.


In media viene ricoverato il 4-5% dei pazienti per accertamenti o per intensificare le terapie. «Alcune forme di Covid si risolvono in pochi giorni. Altre lasciano sequele importanti, anche nei più giovani. Tra le più frequenti, l’astenia e le turbe al gusto e all’olfatto». Spesso i pazienti soffrono di forme di ansia dovute al trauma dell’esperienza: da qui l’importanza di convalescenza e, se necessaria, riabilitazione.

“In attesa del vaccino è indispensabile non abbassare la guardia e continuare a rispettare le raccomandazioni e le norme igieniche”

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